Avete mai sentito parlare dei giri in moto “a vita persa”.
E’ una frase che mi ha colpito profondamente: “A vita persa”!
Significa “Partiamo, via a tutta velocità e vada come vada”. Non è forse più grave? E non va forse tutto insieme? Corse sfrenate senza limiti, bevute sfrenate senza limiti, sesso senza rispetto della persona e degli affetti? Non è forse sempre lo stesso argomento?
Chi può veramente dire cosa spinge una persona a “buttarsi” in questo modo?
P.B.
Sono un’insegnante di scuola superiore e sono anche genitrice. Mi costa dire quello che dico, ma mi sento di dirlo con molta franchezza e anche affetto: perché non accettare l’idea che gli adolescenti siano stupidi e immaturi? Perché non accettare l’idea che facciano le cose solo per spirito di emulazione? Oppure semplicemente per dispetto?
Non siamo forse in un mondo competitivo in cui chi è “da meno” resta in disparte? Perché non comprendere che appartenere a un gruppo è fondamentale e richiede l’adesione totale agli usi e costumi del gruppo a qualsiasi costo?
La maggior parte dei miei alunni si getterebbe in qualsiasi impresa pur di far parte della compagnia giusta.
B.N.
Ho 50 anni e sono un piccolo produttore di vino. Secondo me un modo per prevenire l’alcolismo ed il consumo inconsapevole di vino sarebbe quello di sensibilizzare le persone a tenere in considerazione il valore culturale del vino, cioè mettere in evidenza quanti diversi valori esso può rappresentare.
Esso rappresenta innanzi tutto il territorio in cui l’uva matura: un territorio significa una particolare conformazione geografica, un clima di un certo tipo, più o meno caldo, più o meno piovoso, più o meno umido. Il territorio rappresenta persone, mestieri, usi e costumi. Tutto questo si può ritrovare nel vino in quanto prodotto di quella particolare zona, in quanto frutto del lavoro di quella gente.
Bisogna riuscire a far passare questo messaggio di genuinità e qualità: non bisogna proibire il consumo di vino, bisogna piuttosto invitare il bevitore a prendersi il tempo per assaporare questo straordinario prodotto e scoprirne tutte le sue peculiari qualità.
Temo viceversa che la proibizione ottenga l’effetto contrario di stimolare un consumo (inconsapevole rispetto alla qualità) che ha il sapore di sfida piuttosto che di cultura.
P.M.
Non sono d’accordo. Secondo me i limiti vanno stabiliti con precisione e il controllo deve essere a tappeto. Non è tollerabile che ci si possa mettere in macchina e guidare con un tasso alcolico che pregiudica i riflessi e la sicurezza di tutti.
Queste manifestazioni tipo Ombralonga sono una vergogna! Gente che si raduna in città con l’unico proposito di ubriacarsi. Cosa c’entra questo con la cultura? Parlate, parlate, voi produttori, ma quello che vi interessa è vendere vino e nient’altro!
La scorsa settimana Ombralonga ha fatto il morto. Ieri a Carole, come se niente fosse, c’era la versione marittima di Ombralonga, con la gente che girava per il paese con il suo bel sacchettino con dentro il calice per gli assaggi.
Vi interessa solo vendere, altro che!
S.Q.
Anch’io sono un produttore e, per essere sincero, mi sento un po’ vittima di questa campagna di denigrazione del vino. Sembra che il vino sia l’unico responsabile dell’inciviltà delle persone.
Non è vero! State prendendo il vino come pretesto per non ammettere che è la società ad essere malata. Perché non parlare di fumo, di droghe leggere e pesanti, di pasticche? Perché il vino deve essere l’unico responsabile del malcostume?
D.D.T.
Forse un buon argomento per la sensibilizzazione culturale sarebbe quello della ristorazione a kilometro zero: mangiare e bere ciò che proviene dal nostro territorio, cibi tipici, vini tipici. Creare occasioni ed eventi in cui si fanno conoscere i prodotti tipici, la loro storia, la loro lavorazione. Insegnare alla gente a distinguere il buono dal cattivo, il genuino dal non genuino. Il consumatore consapevole della qualità del prodotto che sta consumando è una persona che non è incline a sprecare tale prodotto ingurgitandolo in fretta.
A.L.
Credo sia molto difficile trasmettere un messaggio di cultura enologica.
Ci sono manifestazioni nate per l’aggiornamento degli addetti ai lavori, come Vinitaly, che sono diventate in pochi anni una meta turistica per fantomatici esperti di vino, che in realtà si radunano in gruppi di amici per fare la bravata della collezione di “ombre” ed escono dalla fiera totalmente ubriachi.
Quanto bene può fare questo al vino?
Alla fiera di Dusseldorf, il Prowein, l’equivalente tedesco del Vinitaly, l’ingresso viene riservato tassativamente agli addetti ai lavori. Perché a Verona questo non succede?
La vera dipendenza è quella dalla sostanza o quella dal gruppo?
G.L.
Ho 22 anni. Il vino da solo non mi piace, non lo bevo mai. Con gli amici beviamo spriz con l’aperol, rum e pera, margarita o altre cazzate. E’ solo per stare in compagnia. In fondo io non faccio niente di male, io faccio quello che fanno i miei amici. Io li ammiro i miei amici, io voglio essere come loro, io non voglio essere fuori dal gruppo. Io non voglio essere diverso. Io voglio appartenere, appartenere a questo gruppo.
A me non fa star male essere sballato. Starei più male se gli altri fossero sballati e io non riuscissi a tenere il loro passo, il loro ritmo. Non è vero che l’alcol crea dipendenza, io posso smettere quando voglio.
Però, questa sera, lasciatemi divertire.
Quello è il suo gruppo, quello è il branco a cui lui sente di dover appartenere. Quelle sono le persone con cui forse trascorrerà il resto della sua vita.
Che cosa sia veramente la sua vita non lo sa e, francamente, questa sera nemmeno gliene frega.
Quanti tipi di alcolismo ci sono? Una sola parola per dire cose diverse?
La parola alcolismo che esprime dipendenza e, in qualche modo, “malattia” è la stessa parola che definisce un disagio o una solitudine?
R.A.
Ho 80 anni, non so cosa fare tutto il giorno, non ho più un lavoro e non ho impegni, i miei figli abitano lontano e non li vedo quasi mai. Vivo nell’attesa della visita mensile dei miei nipotini. In paese non c’è altro che l’osteria. Quando ho smesso di lavorare è stato normale passare qualche ora all’osteria a giocare a carte, a leggere il giornale, a fare una chiacchierata. In compagnia si beveva l’ombra di vino, un’ombra, giusto per darsi un contegno e per “pagare” il disturbo all’oste.
Oggi non ho più i riflessi pronti per giocare le carte giuste, faccio fatica a leggere il giornale, le mie chiacchiere non interessano più a nessuno. In realtà neanche a me interessano le chiacchiere degli altri. Anche i miei nipoti si stufano a stare con me, i miei racconti li annoiano. Io non sono capace di raccontare niente di interessante.
Mi stanco a fare qualsiasi cosa. Non aspetto altro che sedermi davanti alla televisione. Davanti a me un bicchiere di vino, a volte due. Quel bicchiere è la mia unica compagnia. La serata passa, vado a stendermi a letto. Domattina l’ennesimo sole.
A 80 anni puoi dirmi che quel bicchiere di vino mi fa davvero male?
T.F.
Ho 75 anni, sono vedova da cinque anni. Mio marito mi è sempre stato vicino. Da quando è andato in pensione si occupava dell’orto, mi accompagnava a fare la spesa o a sistemare i fiori in cimitero. Insieme andavamo a trovare i parenti e passavamo qualche pomeriggio con loro. Non siamo mai andati a ballare, non abbiamo viaggiato molto. Abbiamo molto lavorato. Abbiamo avuto la soddisfazione di veder crescere i nostri figli sani. Hanno un buon posto di lavoro. I miei due figli fanno gli operai. Hanno vissuto in casa con noi finché si sono sposati.
Mi ricordo che mio marito andava al sabato pomeriggio a comprare il vino; spesso i figli andavano con lui, da piccoli e poi anche da grandi. Io preparavo la cena per noi quattro. A cena gli uomini bevevano un paio di bicchieri a testa. Il giorno dopo io e mio marito, pensionati, pranzavamo da soli con i resti della cena del giorno prima. Un bicchiere di vino anche a pranzo. Mio marito beveva un bicchiere di vino anche prima del pasto e uno a metà pomeriggio. Mio marito non è mai andato all’osteria. Era una brava persona.
S.T.
Ho 32 anni. Con gli amici della compagnia ci troviamo alla sera verso le otto e decidiamo come passare la serata. Non decidiamo mai in fretta. Ci diamo appuntamento via sms al wine bar in centro, ordiniamo qualche spritz, aspettiamo che la compagnia sia completa. Prima che siano arrivati tutti abbiamo già bevuto abbastanza. Poi ci mettiamo in macchina e andiamo da qualche parte.
PER SALOTTO VOX POPULI BOLOGNA
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